Non chiamiamola resilienza.

Il termine resilienza è da sempre associato alla fisica e indica la capacità di un metallo di resistere alle forze che gli vengono applicate (un urto).
 
Per il metallo la resilienza rappresenta il contrario della fragilità.  
 
Traslato in ambito psicologico: la persona resiliente è l’opposto di una persona facilmente vulnerabile.
 
Per questo motivo, quando in questi giorni ho letto che “ dobbiamo essere resilienti” per affrontare quanto sta accadendo, un evento inaspettato e destinato a portare un profondo cambiamento nello nostre vite, ho pensato che forse no dovremmo parlare in termini di resilienza, ma di resistenza.
 

In questo momento siamo senza dubbio fragili, vulnerabili e insicuri, impauriti.

 
La resilienza non è una modalità di approccio immediata ed è molto difficile integrarla nel nostro stile di vita perché significa essere “attrezzati” da un punto di vista spaziale, economico e, soprattutto, psicologico.
 
Essere resilienti è innanzitutto una condizione che parte da noi: la compassione verso se stessi è fondamentale perché se ignoriamo il nostro disagio e non proviamo a risolverlo, non è facile compiere lo sforzo necessario per diventare più felici, resilienti e pronti all’azione.
 
Dopo aver preso atto del disagio che ci comporta una determinata situazione è necessario avere a disposizione una serie di strumenti per procedere con il cambiamento che si rende necessario.
 
Metodi di apprendimento che consentano di ragionare in modo sistemico: solo avendo a disposizione una prospettiva più ampia possibile e una visione complessa del problema riusciremo a prendere decisioni di valore.
 
Criteri di trasmissione del sapere atti a lavorare sulla motivazione e sulla dimensione creativa dell’apprendimento. La soluzione non è informatizzare tutto, ma lavorare su leve psicologiche che ci aiutino ad aver voglia di imparare, passando da un apprendimento mnemonico a un apprendimento attivo.
 
Prassi di lavoro che consentano un reale equilibrio tra vita professionale e vita privata.
 

E’ evidente che non tutto dipende da noi!

Se vogliamo un’umanità resiliente è necessario migliorare l’istruzione di base e la riorganizzazione dei saperi, educare alla complessità che significa educare alla responsabilità, porre attenzione al nostro benessere.
 
E’ evidente che si tratta di un lavoro lungo che possiamo anche considerare appassionante, perché senza passione è difficile ipotizzare uno slancio reale e soprattutto costruttivo, ma che richiede tempo e rappresenta anche una importate sfida per le prossime generazioni.
 
Ed è anche per questo motivo che quello che soprattutto le donne hanno dimostrato in questo periodo (tra lavoro, casa, famiglia) non è una forma innata di resilienza, ma una grande forma di resistenza che adesso deve lasciare spazio a modalità più umane di gestione del tempo e delle proprie risorse fisiche e mentali.
 
Lella Costa, grande attrice di teatro, dedicata al concetto di resilienza un breve monologo che vi invito ad ascoltare per riflettere e sorridere (clicca qui)
 

Fausta